Protezione Civile: Gestione della Sicurezze dei Volontari

Le associazioni di volontariato presenti sul territorio italiano e coordinate dal Dipartimento Nazionale della Protezione Civile forniscono, da sempre, un fondamentale supporto alle attività dello stato in ambito socio-sanitario integrando con apposite convenzioni i vari enti preposti e fornendo servizi di trasporto sanitario, servizi di emergenza urgenza 112/118, servizi di supporto logistico, servizi di assistenza alla persona, ecc…

Ma come deve essere gestito il servizio di protezione e prevenzione all’interno di queste associazioni al fine di garantire la salute del singolo volontario?

A tale proposito il D.Lgs. 81 del 2008 all’art.3 -bis “Campo di applicazione” individua una serie di limitazioni relative all’applicazione delle disposizioni del testo unico nei riguardi delle organizzazioni di volontario ivi inclusi i volontari di Croce Rossa Italiana, del Corpo Nazionale del Soccorso Alpino e Speleologico e dei volontari dei Vigili del Fuoco demandando ad un successivo decreto dei Ministeri competenti la definizione delle modalità di gestione di salute e sicurezza in tali ambiti.

Ma qual è la ratio di queste limitazioni in attività che per loro natura comportano un rischio elevato per gli operatori impiegati?

La risposta giunge dal Decreto 13 aprile 2011 (G.U. n.159 del 11/07/2011), che rappresenta il decreto attuativo di quanto disposto dall’art. 3-bis del D.Lgs. 81/08, e che individua la necessità di mitigare le disposizioni del Testo Unico in relazione a caratteristiche operative specifiche delle associazioni quali:

  • Necessità di intervento immediato anche in assenza di preliminare pianificazione;
  • Organizzazione improntata a carattere di immediatezza operativa;
  • Imprevedibilità e indeterminatezza del contesto degli scenari emergenziali nei quali il volontario viene chiamato ad operare tempestivamente e conseguente impossibilità pratica di valutare tutti i rischi connessi secondo quanto disposto dagli articoli 28 e 29 del decreto legislativo n. 81/2008;
  • Necessità di derogare, prevalentemente per gli aspetti formali, alle procedure ed agli adempimenti riguardanti le scelte da operare in materia di prevenzione e protezione, pur osservando ed adottando sostanziali e concreti criteri operativi in grado di garantire la tutela dei volontari e delle persone comunque coinvolte.

La mitigazione degli oneri derivanti dall’applicazione del D.Lgs. 81/08 non sollevano le associazioni, ed i loro organi direttivi, dalle responsabilità in merito alla gestione della salute e sicurezza nei loro ambiti imponendo al Legale Rappresentante, che riveste il ruolo di Datore di Lavoro per quanto concerne a gestione della salute e sicurezza, di dare corso a specifici adempimenti quali:

  • Formazione ed informazione del singolo operatore che deve essere svolta sulla base degli scenari di rischio individuati dalle autorità competenti o sulla base dei compiti svolti dal singolo volontario
  • Sorveglianza sanitaria previa individuazione di tutti i fattori di rischio che coinvolgono il singolo volontario nell’espletamento dei servizi a cui è chiamato nonché alle direttive del Dipartimento Nazionale di Protezione Civile.
  • Fornitura di adeguati mezzi, attrezzature e dispositivi di protezione individuale per le tipologie di servizio a cui il singolo operatore aderisce selezionati previa analisi tecnica delle singole caratteristiche e correlazione alle specifiche del servizio o ai risultati della valutazione dei rischi. In merito a quest’ultima risulta evidente come la catena di gestione della salute e sicurezza (DdL, Dirigenti, Preposti,ecc…) sia pienamente attuabile all’interno della associazione e che il Decreto citato esoneri le associazioni dalla redazione del D.V.R. e non dal processo di valutazione dei rischi.
  • Formazione ed addestramento adeguata per l’impiego di tutti i mezzi, le attrezzature ed i dispositivi di protezione forniti condotta secondo le linee guida nazionali ed internazionali e le specifiche del fabbricante e condotta da soggetti qualificati ed esperti.

A queste disposizioni a carattere nazionali si sommano ulteriori oneri per l’organo direttivo delle associazioni relativi all’applicazione di norme e regolamenti emanati dalle singole regioni o da regolamenti interni alle organizzazioni a cui la singola associazione può aderire che tuttavia non possono prevedere misure in deroga alla normativa nazionale. Resta in ultimo in capo al Legale Rappresentante ed ai singoli elementi del sistema di prevenzione e protezione le responsabilità previste dal D.Lgs. 81/08 per ogni figura (dirigente, preposto, ecc…) con i relativi oneri civili e penali in caso di violazione.

Anche il singolo operatore volontario non è escluso da responsabilità in ambito di salute e sicurezza poiché l’art.3 comma 2 del Decreto 13 aprile 2011 recita: “ Ai fini dell’applicazione del presente decreto, il volontario della protezione civile aderente alle organizzazioni è equiparato al lavoratore esclusivamente per le attività specificate all’art. 4, commi 1 e 2, fermo restando il dovere di prendersi cura della propria salute e sicurezza e di quella delle altre persone, presenti nelle sedi delle organizzazioni nonché sui luoghi di intervento, di formazione e di esercitazione, su cui ricadono gli effetti delle sue azioni o omissioni, conformemente alla sua formazione, informazione alle istruzioni operative, alle procedure, alle attrezzature e ai dispositivi di protezione individuale in dotazione.”

Questa disposizione evidenzia come il singolo operatore non sia responsabile solo in relazione alla salvaguardia del proprio stato di salute ma sia anche responsabile di eventuali problematiche intercorse a terzi (colleghi e utenti) derivanti da azioni condotte dal singolo nello svolgimento di un servizio. Si inseriscono in questa ottica, ad esempio, eventuali condotte abnormi del singolo che conducono a non applicare correttamente le procedure previste per l’esecuzione del servizio che conducono a cagionare un danno ai colleghi presenti.

Quali sono quindi le metodologie operative da mettere in campo?

La corretta gestione della sicurezza in una associazione di volontariato di protezione civile è costituita da un insieme di azioni che partono dal pedissequo rispetto delle norme fin qui descritte per giungere ad una continua analisi valutazione dei rischi e delle misure di prevenzione e protezione adottate.

La valutazione da compiere ciclicamente deve cogliere tutti gli aspetti dell’azione del singolo volontario che si trova ad operare nei più disparati contesti.

Il primo elementi di valutazione deve riguardare i rischi “operativi” riscontrati nelle operazioni di servizio e le loro evoluzioni. Si pensi, ad esempio, all’incremento del rischio biologico derivante dal virus SARS-COV-2 per i volontari impiegati nelle ambulanze. A tale nuova condizione deve corrispondere una immediata valutazione del livello di rischio e della rispondenza dei dispositivi di protezione individuale ad esso sia in relazione alle loro caratteristiche che alle loro modalità di impiego operativo. L’analisi condotta si deve quindi trasformare in azioni concrete quali procedure operative da seguire, formazione in merito all’uso dei nuovi D.P.I. introdotti, nuovi protocolli di sorveglianza sanitaria, analisi constante dei near-miss o di eventuali incidenti. Queste azioni devono quindi condurre all’attivazione di un processo di analisi continuo, secondo il metodo P-D-C-A, volto a aggiornare in tempo reale le misure intraprese.

A fronte della valutazione del rischio operativo non si deve tuttavia tralasciare la valutazione di elementi di rischio definiti erroneamente come secondari quali l’idoneità fisica dei singolo volontario allo svolgimento di una specifica tipologia di servizio a cura del medico competente e il rischio stress lavoro correlato ( o burn out in ambito di soccorso). Questo rischio, spesso sottovalutato, riveste un fattore di primaria importanza nel comportamento sul campo del singolo volontario e deriva dall’accumularsi di stress legato al lavoro derivante da un aumento dell’impegno del singolo operatore, dall’incremento dei livelli di rischio reale o percepito e dalle situazioni in cui il singolo si trova ad operare. L’insorgere di sintomi riconducibili al burn-out devono essere immediatamente individuati per poter porre in essere tutte le contromisure del caso poiché il singolo difficilmente riesce ad auto-evidenziare l’insorgenza di questa condizione che tuttavia porta l’operatore ad un calo dell’attenzione che a sua volta si traduce nell’incremento del rischio di compiere azioni non corrette con conseguente incremento della possibilità di incidenti o alla individuazione della propria opera come necessaria senza che l’operatore individui la sussistenza continua delle misure minime di sicurezza e conseguente agisca privo delle necessarie misure di mitigazione del rischio.